Nabucco al Teatro Greco di Siracusa, pubblico in estasi tra le sacre pietre
di Ludovica Binetti
Il Coro Lirico Siciliano, insieme ad interpreti internazionali come Elena Mosuc (Abigaille), Badral Chuluumbaatar (Nabucco), Khurelbaatar Oyunchimeg (Zaccaria), Enea Scala (Ismaele) e Anna Pennisi (Fenena), e diretto dal maestro Francesco Costa, è ritornato in scena al Teatro greco di Siracusa con il “Nabucco” di Giuseppe Verdi, l’opera lirica che ha segnato il successo del suo compositore e che ha avuto un importante ruolo politico e patriottico per il popolo italiano rimanendo per secoli nell’immaginario comune del nostro Paese.

La naturale suggestività dell’ambientazione a cielo aperto si è mescolata con una raffinata scenografia che ha avuto, come suo centro, un grande pannello a vetri spezzati il quale, con i suoi riflessi di luce, ha fornito diversi punti di vista della scena agli spettatori e ha contribuito a rappresentare le molteplici sfaccettature di drammi, sentimenti ed emozioni che l’opera contiene e che il cast d’eccezione ha saputo straordinariamente rappresentare grazie al potere evocativo della musica e del canto.
A fare da sfondo a una storia di conquiste, vendette e redenzioni personali vi è l’assedio da parte dei Babilonesi di Gerusalemme. In questo contesto di guerra, vi sono le storie e i drammi dei singoli personaggi: il desiderio di vendetta di Abigaille, che ha scoperto di essere figlia di schiavi ed è pronta a tutto pur di vendicarsi di questa offesa; la follia di Nabucco, che viene punito per aver osato sfidare il potere divino; infine, l’amore di Ismaele e Fenena, che supera ogni ostacolo passando per la strada della conversione spirituale. Nella loro individualità, queste storie si intrecciano a formare una narrazione complessa e piena di sentimento, in cui il coro assume un aspetto rilevante.

A quest’ultimo sono, difatti, affidate le note di “Va’, pensiero”, le più celebri e amate dal pubblico. Nella situazione di prigionia in cui il popolo ebreo si ritrova, l’unico a poter volare libero per rievocare i ricordi della patria e della libertà perduta è proprio il pensiero, la memoria di ciò che si è perso, ma che si può ancora sperare di recuperare un giorno. Un invito a non perdere mai la speranza, dunque, neanche nei momenti in cui il buio e la disperazione prendono il sopravvento.
Dopo aver eseguito il brano, il coro concede subito un bis al pubblico avanzando lentamente verso il centro del teatro, come a ricercare una più profonda connessione con gli spettatori. Una seconda interpretazione, più semplice e austera, eppure di grande effetto e commozione. Infinito l’applauso del pubblico, interrotto dall’ingresso in scena di Zaccaria.
Tutti i momenti, sia individuali che corali, diventano occasione non solo di virtuosismi, ma anche di trasporto e coinvolgimento in cui la voce e i volti degli attori, i vestiti, le luci, i colori della scena, le danze e, non per ultima, l’intensità dell’orchestra e del suo maestro, trasportano l’intero teatro in un’altra dimensione: inizialmente di sofferenza, vendetta e distruzione; infine di amore, perdono e libertà.

