Report di viaggio nel vortice delle emozioni, diario di una settimana in Bosnia-Erzegovina
di Ludovica Binetti
(foto di Marco Bozza)

Il viaggio-testimonianza organizzato dall’associazione Buongiorno Bosnia, dobardan Venecija (1) non è solo un “viaggio di conoscenza” ma l’esplorazione profonda di uno Stato, della sua storia e dei suoi abitanti.
La Bosnia-Erzegovina è un luogo in cui il cuore si spezza e si ricompone più volte in un turbinio di emozioni che lasciano senza forze ed energie, ma, al contempo, con la voglia di ragionare sul mondo odierno e sui numerosi conflitti e dialoghi che lo caratterizzano. Tra le sue smisurate colline e le ripide montagne, questo Stato nasconde popoli, culture, religioni, storie di violenza e distruzione ma, soprattutto, racconti di resilienza, perdono e amore.

Attraverso le numerose tappe del viaggio, tra cui Jasenovac, Sarajevo, Osmače, Srebrenica, Skočić e Tuzla, ci si imbatte in storie personali che si intrecciano a tragedie nazionali, in un climax di incontri nel corso dei quali si entra inevitabilmente in simbiosi con le cronache e le memorie delle voci narranti. È difficile spiegare in poche parole la complessità dei temi affrontati che, a grandi linee, ruotano intorno a tre direttrici fondamentali: l’assedio di Sarajevo, il genocidio di Srebrenica e la rotta balcanica.

Le prime due macro-tematiche, dominanti nel corso del viaggio, si collocano nell’ambito delle guerre balcaniche che interessarono l’omonima penisola nel corso degli anni ‘90. A seguito della dissoluzione della Jugoslavia, i vari Stati che la componevano iniziarono a proclamare la loro indipendenza. Il processo di conquista di un’autonomia statale assunse dei connotati tragici in Bosnia, in cui convivevano storicamente popoli con usi, costumi e religioni differenti. I popoli maggioritari erano (e sono attualmente) i bosniaci musulmani, i croati cattolici e i serbi ortodossi. Mentre i primi due convergevano verso un’idea di Stato indipendente dall’ex-Jugoslavia, la componente nazionalista serba fece più fatica ad accettare questa divisione che li avrebbe separati, con confini netti e precisi, dalla Serbia. Scoppiò, dunque, una guerra civile. Sarajevo, capitale del nascente Stato, fu assediata per quasi quattro anni, dal 5 aprile 1992 fino al 29 febbraio 1996. In un tempo che sembra sospeso, i segni dell’assedio sono tuttora visibili sugli edifici e lungo le strade della città. Ad aggravare la situazione bellica in Bosnia fu, poi, l’inizio di un piano di pulizia etnica da parte dei nazionalisti serbi ai danni della componente musulmana per “liberare” tutti quei territori che avrebbero dovuto costituire uno Stato unico con la madrepatria serba. Gli orrori di questo progetto culminarono nel genocidio di Srebrenica, l’11 luglio 1995, in cui oltre 8372 musulmani persero la vita nel disperato tentativo di salvarsi fuggendo dalla città per raggiungere, attraverso i boschi delle montagne, il territorio libero di Tuzla.

Il processo di ricostruzione e dialogo tra i sopravvissuti alle stragi della guerra non è stato semplice ed è tutt’oggi in corso in uno Stato che risulta ancora diviso in tre entità: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, la Repubblica Srpska e il distretto di Brčko. Dall’esterno, la Bosnia-Erzegovina esiste ed è una nazione unica; all’interno, però, la situazione è ben diversa in quanto le entità costituiscono di fatto, se non tre, due Stati in uno. Ogni entità è, infatti, un’unità amministrativa-territoriale autonoma che influenza, con le sue scelte istituzionali, la vita di chi vi abita. La testimonianza di Muhamed Avdić, oltre a far emergere la triste storia del padre ucciso a seguito della caduta di Srebrenica, denuncia la poca considerazione che le istituzioni della Repubblica Srpska hanno delle componenti etniche minoritarie che vivono nei dintorni del villaggio di Osmače. Ai bambini bosgnacchi (musulmani) viene, ad esempio, imposto un curriculum di studio interamente serbo-ortodosso che non rispetta la provenienza religiosa-culturale delle loro famiglie e che non commemora le vittime degli eventi genocidari.

Riassumere in così breve spazio i fatti storici e la situazione attuale della Bosnia-Erzegovina significa davvero ridurre e semplificare eventi e concetti molto complessi. Uno dei modi più efficace per studiare e apprendere la Storia è, dunque, viverla e questa esperienza permette di viaggiare tra passato e presente attraverso l’incontro con sopravvissuti e attivisti che operano sul territorio, nonché attraverso la visita di luoghi del ricordo quali edifici, strade, case, città, musei, villaggi, memoriali e cimiteri… In questo viaggio, unico e singolare, l’oggetto di studio primario sono, però, gli sguardi delle persone, i loro silenzi e i loro vuoti. Le loro parole insegnano cosa significa davvero perdonare, amare l’altro e nutrire fiducia nelle nuove generazioni anche se il futuro si mostra pressoché incerto.

A completare l’esperienza, i numerosi momenti di confronto con i propri compagni di viaggio: momenti preziosi in cui scambiare pensieri, emozioni, sensazioni, ma anche carezze e abbracci per confortare le lacrime che presto o tardi arrivano come reazione naturale alla tempesta di informazioni che travolge, giorno dopo giorno, mente e corpo.
Uno dei lasciti più potenti di questo viaggio si riassume nelle parole di Zijo Ribić, che si è fatto portavoce del massacro di Skočić perpetrato ai danni del suo popolo, i Rom, di cui lui stesso è testimone diretto nonché sopravvissuto. Dopo aver visto uccidere i suoi genitori, il fratello e le sorelle, e aver assistito all’assoluzione degli autori delle violenze che hanno devastato il suo popolo e la sua famiglia, Zijo dice: “Non posso e non voglio dimenticare quello che è successo alla mia famiglia e al mio villaggio. Ma posso decidere di non odiare. È difficile. Ma da qualche parte dentro di te puoi trovare la forza di non odiare. […] Io non voglio odiare”. (2)

Tutte le persone incontrate nei sette giorni trascorsi in Bosnia sono portatrici di un messaggio di estremo valore come quello di Zijo. Le occasioni di conoscenza, crescita, confronto e dialogo che promuove un viaggio di formazione come questo sono estremamente importanti per chiunque abbia voglia di provare a seminare piccoli fiori di pace e speranza in un mondo che non ne ha ancora abbastanza di guerre e genocidi. Sono fiori, simbolo insieme di memoria e rinascita, di cui, oggi, abbiamo estremamente bisogno.

1) Sito dell’associazione: https://buongiornobosnia.blogspot.com/. Programma del viaggio svolto: https://buongiornobosnia.blogspot.com/2025/02/in-una-settimana-di-lugliodi-30-anni-fa.html.
2) “Io non odio. Testimonianza di Zijo Ribić” di Andrea Rizza Goldstein in “I fiori di Srebrenica: città della memoria, città della speranza”, Quaderno della Fondazione Alexander Langer Stiftung, Onlus Nr. 4, ottobre 2015.

